Lavoro marittimo: disciplina della gente di mare dal 1942

Come abbiamo già avuto modo di vedere per altri segmenti (come il lavoro frontaliero), il lavoro marittimo è oggetto di una disciplina speciale dettata dalla specificità del settore, che si presenta complessa e variegata anche in seguito ai numerosi interventi legislativi e giurisprudenziali che si sono susseguiti nel corso dei decenni.

Questa peculiarità di trattamento del lavoro marittimo è data dalla necessità di tutelare il dipendente in un contesto assai atipico, caratterizzato dalla temporaneità del rapporto di lavoro, dalla permanenza a bordo per lunghi periodi e soprattutto da una particolare posizione del lavoratore che si trova sottoposto all’autorità del comandante della nave: questa autorità si concretizza in un potere costrittivo assai maggiore rispetto a quello a cui è soggetto un qualunque lavoratore subordinato. Non meno importante, la specialità della disciplina è inoltre legata alla necessità di garantire la sicurezza della navigazione.

“Lascio una scia bianca e torbida; pallide acque, gote ancor più pallide, dovunque io navighi. I flutti gelosi si gonfiano ai lati per sommergere la mia traccia; lo facciano; ma prima io passo.”
H. Melville – Moby Dick

Le fonti del lavoro marittimo: il Codice della navigazione, art. 1

L’art. 1 del Codice della navigazione (R.D. 30 marzo 1942, n. 327) dispone che “in materia di navigazione, marittima, interna e aerea, si applicano il codice, le leggi, i regolamenti, le norme corporative e gli usi ad essa relativi” e – art. 2 – “ove manchino disposizioni del diritto della navigazione e non ve ne siano di applicabili per analogia, si applica il diritto civile”.

La completa autonomia del diritto della navigazione e del lavoro marittimo (disciplinato al titolo IV, libro II, artt. 323 e seguenti del Codice) ha trovato per moltissimo tempo fondamento proprio in questo articolo, per restringere la portata del quale negli anni, come vedremo a seguire, la dottrina e la giurisprudenza hanno dibattuto copiosamente: lo scopo era quello di arrivare ad applicare al lavoratore marittimo norme che trovano applicazione per i lavoratori subordinati in genere, in quanto più “protettive”.

Le convenzioni pilastro

Oltre al codice di navigazione, assumono particolare importanza per il lavoro marittimo anche le fonti sovranazionali, riferibili a regole sia di diritto internazionale che dell’UE:

la Convenzione MLC del 2006 sul lavoro marittimo, stipulata in sede OIL, rappresenta il fondamento della regolamentazione del lavoro per mare. Entrata in vigore nel 2013 e ratificata da 86 stati, stabilisce gli standard minimi per il trattamento dei lavoratori marittimi a livello mondiale, disciplinando aspetti come l’età minima lavorativa, gli accordi collettivi, i periodi di riposo, la retribuzione equa, il diritto al rimpatrio, la sicurezza sul lavoro e il vitto e alloggio;

la Convenzione internazionale sugli standard di addestramento, certificazione e tenuta della guardia per i marittimi (STCW) adottata nell’ambito dell’Organizzazione Marittima Internazionale nel 1978 – successivamente emendata nel 1995 e nel 2010 – stabilisce standard globali per l’addestramento, la certificazione e la competenza dei marittimi, cercando di assicurarne la formazione e la competenza a garanzia della sicurezza delle navi, la protezione dell’ambiente marino e la salute dei marittimi.

Esistono infine numerose direttive dell’Unione europea che regolano vari ambiti del lavoro marittimo, dai requisiti minimi di formazione per la gente di mare, all’orario di lavoro, regolando molti altri aspetti fondamentali per la tutela dei lavoratori del settore.

“Del contratto di arruolamento”: art. 323 e segg.

Il contratto della gente di mare, cd contratto di arruolamento, riflette questa complessità attraverso la sua natura giuridica (è infatti è da stipularsi per atto pubblico – a pena di nullità – innanzi all’autorità marittima dello Stato) e le disposizioni rigide che regolano il rapporto di lavoro a bordo. Sottoscritto tra l’armatore o proprietario di imbarcazione e il personale marittimo, deve contenere gli elementi specificati all’art. 332 cod. nav. ed essere trascritto sul ruolo di equipaggio della nave su cui il marittimo espleterà servizio.

Il contratto di arruolamento può essere a tempo indeterminato, a tempo determinato oppure stipularsi per uno o più viaggi; come già detto, nel lavoro marittimo il dipendente risulta sottoposto ad un rapporto gerarchico molto rigido che fa capo al comandante della nave (dipendente dell’armatore con cui il lavoratore ha stipulato l’ingaggio), il quale detiene poteri disciplinari speciali che possono comportare anche la restrizione della libertà personale o l’inibizione dell’esercizio della professione di marittimo.

La giurisprudenza e il restringimento della portata dell’art. 1

Come anticipato, dottrina e giurisprudenza hanno sposato negli anni una interpretazione evolutiva dell’art. 1 cod. nav. che riconduce non tanto a una vera e propria autonomia del diritto della navigazione quanto a una peculiarità della disciplina determinata dal principio pubblicistico della sicurezza della navigazione;

portiamo ad esempio, su tutte, la storica sentenza della Corte Costituzionale del 13 dicembre 1962 n. 124 con cui viene riconosciuto il diritto di sciopero per il personale navigante, fino ad allora vietato dal codice della navigazione:  la sanzione penale conseguente era quella prevista per il reato di ammutinamento.

Conclusioni

La complessità e la varietà della disciplina del lavoro marittimo emergono chiaramente dall’analisi delle fonti normative e delle prassi che regolano questo settore: si tratta di un quadro normativo intricato,  in cui il delicato equilibrio tra la regolamentazione e le prassi rappresentano il tentativo di far collimare le esigenze di sicurezza della navigazione e la tutela dei diritti dei lavoratori, evidenziando la complessità e la peculiarità di un settore tanto vitale quanto unico.

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